INCIDENTI STRADALI 2

Il danno patrimoniale (alle cose)
Il danno patrimoniale è la lesione al patrimonio della vittima e si compone dal:
1) Danno emergente cioè la spesa necessaria per la riparazione del veicolo e comunque per la riparazione o la sostituzione di tutti gli oggetti danneggiati. ATTENZIONE se il danno al veicolo è superiore al valore di mercato dello stesso, il risarcimento avviene per equivalente ai sensi dell’art. 2058 comma 2 codice civile; in tal caso ad essere risarcito non sarà il costo della riparazione del mezzo ma il valore commerciale che esso aveva al momento dell’incidente. In questa seconda modalità di risarcimento può capitare di ricevere molto spesso, una liquidazione non propriamente equa, che potrebbe non essere sufficiente per affrontare l’acquisto di un nuovo mezzo. E’ pertanto importante essere coscienti che, in tali casi, ciò che può essere richiesto consiste:
– nel valore del veicolo in base quotazione di mercato;
– nel rimborso della tassa circolazione;
– nel rimborso del costo di immatricolazione di un altro veicolo;
– nel costo di demolizione veicolo danneggiato;
– nel costo di trasporto veicolo presso autodemolitore;
– nel costo relativo al noleggio di altro veicolo di medesima classe per il periodo strettamente necessario.
2) Lucro cessante è il minor guadagno che il soggetto subisce in seguito ad un incidente; si pensi, ad esempio, alla riduzione degli introiti per un artigiano impossibilitato a recarsi presso i clienti in assenza di un veicolo o ad astenersi dal lavoro per le lesioni subite.
4) Fermo tecnico è il danno che il proprietario viene a subire per essere stato privato dell’utilizzo del mezzo per il periodo necessario alle riparazioni dello stesso.

LE IMMISSIONI MOLESTE DEGLI ODORI

ARGOMENTO LEGGERO, oggi.

Ad ogni avvocato prima o poi capita di dover confrontarsi con clienti che lamentano comportamenti non troppo urbani dei propri vicini. E’ il caso delle così dette immissioni moleste. L’articolo 844 del codice civile recita: “Il proprietario di un fondo non può impedire le immissioni di fumo o di calore, le esalazioni, i rumori, gli scuotimenti e simili propagazioni derivanti dal fondo del vicino, se non superano la normale tollerabilità, avuto anche riguardo alla condizione dei luoghi.
Nell’applicare questa norma l’autorità giudiziaria deve contemperare le esigenze della produzione con le ragioni della proprietà. Può tener conto della priorità di un determinato uso”.
Finché le immissioni sono valutabili con strumentazione scientifica, come ad esempio i rumori la cui intensità può essere misurata, sarà possibile, in sede istruttoria, dimostrare il superamento della normale tollerabilità (in genere stabilita per legge o regolamento) quale presupposto delle proprie richieste nell’eventuale contenzioso civilistico instaurato.
Il problema nasce quando le immissioni non sono misurabili scientificamente come ad esempio gli odori qualora non siano rappresentati da gas tossici o da vapori percepibili da strumenti. In questo caso il concetto di “normale tollerabilità” assume una connotazione molto soggettiva: ciò che per qualcuno può essere un odore non tollerabile, per altri può essere invece una esalazione sopportabile se non addirittura piacevole. E’ per questo che il professionista, nel timore di non avere strumenti per dimostrare, in sede probatoria, quelle che sono le lagnanze della parte attrice, è portato molto spesso a sconsigliare di intraprendere il giudizio (in ciò incoraggiato, molto spesso dallo scarso valore economico di tali contenziosi). Tuttavia la sfida, in molte occasioni, è stata accettata e la conseguente elaborazione giurisprudenziale ci consente di effettuare le seguenti considerazioni, soprattutto in ordine alla necessità di istruire adeguatamente le cause.
In materia di immissioni moleste il Giudice può, ed in certi casi deve (data la possibile assenza di altri riscontri), affidarsi a nozioni di comune esperienza. Nella fattispecie concreta di cui si discute deve operare la presunzione secondo la quale la presenza di determinati materiali in certe condizioni oggettive, porta innegabilmente alla produzione di odori che superano la soglia della normale tollerabilità. Va qui citata la sentenza della seconda sezione della Cassazione Civile, numero 9865 del 11 maggio 2005 in un passo della quale viene riportato: “il giudizio di eccedenza rispetto alla normale tollerabilità delle immissioni risulta, altresì, corredato da richiamo a nozioni di comune esperienza (delle quali al giudice è consentito avvalersi, ai sensi dell’art. 115 comma 2 c.p.c.), sulla base della considerazione, palesemente plausibile – e comunque, nella specie, confermata da riscontro testimoniale – che [più cani rinchiusi in uno spazio limitato … possono creare problemi di natura igienico sanitaria] …”. E’ anche utile ricordare, sebbene la sopra riportata giurisprudenza di cassazione debba considerarsi esaustiva, anche la massima ricavata dalla sentenza n. 46 del 26 febbraio 2007 emessa dal Tribunale di Montepulciano (che peraltro si rifà alla sentenza n. 2166 del 31 gennaio 2006 della Cassazione Civile), secondo cui: “La prova dell’intollerabilità delle immissioni può essere data con ogni mezzo anche mediante prove testimoniali”. Altro indizio che può far presumere il superamento della soglia di tollerabilità, può essere la potenziale presenza di inconvenienti igienico sanitari (anche se solo supposti). La potenziale presenza di inconvenienti igienico – sanitari, non può certo desumersi da odori rientranti nella normale tollerabilità, ergo, gli odori immessi, sono certamente eccedenti la normale tollerabilità.
In ordine alle conseguenze dannose del comportamento del responsabile, va detto che il danno da immissioni sussiste in re ipsa (Cassazione Civile sezione seconda, sentenza n. 5844 del 13 marzo 2007) e che il danno arrecato a terzi rientra nello schema generale di risarcimento danni di cui al combinato disposto degli articoli 2043 e 2059 c.p.c.. Andrà pertanto dato ristoro al pregiudizio patito, per l’indebita immissione di vapori maleodoranti eccedenti la soglia della normale tollerabilità, per la perdita di godimento dei propri beni o comunque per la indebita limitazione del pieno godimento degli stessi in termini di diminuita comodità, salubrità e tranquillità. Tutto ciò anche in termini di forti limitazioni ai diritti costituzionalmente garantiti concernenti i rapporti familiari, la proprietà privata e la libertà personale. Infine va evidenziato che, in presenza di pregiudizi di tale fattispecie (di difficile quantificazione monetaria) va lasciato al Giudice l’onere della valutazione secondo equità (dato il combinato disposto degli artt. 113 c.p.c., 1226 e 2056 c.c.). Sul punto si potrebbe anche citare l’art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, che tutela il diritto dell’individuo al rispetto della vita privata, familiare e del relativo domicilio. Il rispetto del domicilio infatti va inteso non solo come diritto ad un mero spazio fisico, ma come facoltà di godimento, in tutta tranquillità, di detto spazio. Di conseguenza, le relative lesioni non si limitano a mere violazioni immateriali, come il rumore, le emissioni, gli odori, o altre forme di interferenze allorché queste impediscono alla persona di godere del proprio domicilio (vedasi la sentenza n. 59909 del 2 novembre 2006 Corte Europea Dei Diritti Dell’Uomo).

SEPARAZIONE E DIVORZIO

Domande frequenti:

1) E’ possibile un accordo pre-matrimoniale? La giurisprudenza stabilisce che, in tema di divorzio (ma il principio deve ritenersi valido anche in materia di separazione), la convenzione (detta accordo prematrimoniale) con cui gli interessati stabiliscono anticipatamente il regime giuridico relativamente alla cessazione degli effetti civili del matrimonio, è invalido, nella parte riguardante le condizioni per il mantenimento dei figli e del coniuge. Questo per contrasto sia con l’art. 9 della L. 898/70, che non consente limitazioni di ordine temporale alla possibilità di revisione del regime divorzile, sia con l’art. 5, che, fissando i criteri per il riconoscimento e la determinazione di un assegno all’ex coniuge, configura un diritto insuscettibile, anteriormente al giudizio di divorzio, di rinunzia o transazione. Un simile accordo viene considerato illecito perché rivolto, esplicitamente o implicitamente, a viziare, o quanto meno a circoscrivere, la libertà di difendersi in giudizio di divorzio, con irreparabile compromissione di un obbiettivo d’ordine pubblico come la tutela dell’istituto della famiglia (Cass. 3777/81). 2) Qual è la differenza tra separazione e divorzio? Con la separazione i coniugi non pongono fine al rapporto matrimoniale, ma ne sospendono gli effetti nell’attesa o di una riconciliazione o di un provvedimento di sciglimento del matrimonio. La separazione può essere legale (consensuale o giudiziale) o “di fatto”, senza l’intervento di un Giudice. La separazione legale rappresenta la condizione principale per poter addivenire allo scioglimento del matrimonio o alla cessazione degli effetti civili dello stesso (in caso di matrimonio religioso concordatario). Col divorzio vengono a cessare definitivamente gli effetti del matrimonio sia sul piano personale (cognome del marito, presunzione di concepimento ecc.), sia sul piano patrimoniale. 3) Qual è la differenza tra separazione consensuale e separazione giudiziale? La separazione consensuale presuppone un accordo dei coniugi avente ad oggetto le condizioni personali e patrimoniali della separazione stessa quali, principalmente, l’affidamento dei figli, il loro mantenimento, l’eventuale contributo al mantenimento di un coniuge in favore dell’altro, nonchè dell’assegnazione della casa familiare. Il Tribunale, rilevato il rispetto dei diritti di ciascun coniuge e della prole, omologa tale accordo. L’accordo di separazione può prevedere il trasferimento di beni immobili (senza bisogno di rogito notarile) con ingente risparmio in termini di imposte e tasse, data l’esenzione di legge per i procedimenti in materia di separazione. La separazione giudiziale è quella alla quale si ricorre laddove i coniugi siano in disaccordo. In tal caso il Tribunale si pronuncia con sentenza disponendo le condizioni patrimoniali e personali della separazione. 4) A quale dei due coniugi viene assegnata l’abitazione coniugale? Tendenzialmente la casa ove si è svolta la vita coniugale viene assegnata (a prescindere da chi ne sia proprietario) al coniuge affidatario dei figli. Oggi, nel caso di applicazione della legge n. 54/2006 sull’affidamento condiviso, la casa verrà assegnata al genitore col quale i figli manterranno la residenza. 5) Quando si può richiedere una quota della liquidazione (TFR) dell’ex coniuge? L’art. 12 bis della L. 898/70 stabilisce che il coniuge nei cui confronti sia stata pronunziata sentenza di “divorzio” ha diritto, se non passato a nuove nozze e in quanto sia titolare di assegno di mantenimento divorzile, ad una percentuale dell’indennità di fine rapporto percepita dall’altro coniuge all’atto della cessazione del rapporto di lavoro. Tale percentuale è pari al 40% del TFR totale riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso col matrimonio. 6) Quali sono gli effetti della separazione? La separazione personale dei coniugi non scioglie il vincolo del matrimonio; tuttavia tra i coniugi separati viene meno l’obbligo della coabitazione e quello della fedeltà. Il dovere di assistenza assume carattere puramente economico, riducendosi alla corresponsione di un assegno di mantenimento. La separazione, inoltre, determina lo scioglimento della comunione legale dei beni ove esistente. 7) Cos’è l’addebito della separazione? Nel pronunziare la separazione giudiziale il Giudice può dichiarare, ove richiesto, a quale dei due coniugi sia addebitabile la separazione. L’addebito consiste in un giudizio di responsabilità che il Giudice esprime qualora ravvisi che la condotta di uno od entrambi i coniugi sia stata contraria ai doveri coniugali come ad esempio l’omessa assistenza morale e materiale, ingiustificato rifiuto del conforto spirituale, ingiustificato abbandono del tetto coniugale, compimento di atti oppressivi ed intolleranti e l’infedeltà (ma solo se continua, manifesta ed offensiva, così da rendere intollerabile la convivenza). L’addebito comporta la perdita delle aspettative ereditarie nonchè la perdita al diritto al mantenimento. 8) Quando è dovuto l’assegno di mantenimento in sede di separazione? L’assegno di mantenimento è una prestazione pecuniaria periodica spettante al coniuge separato senza addebito che non abbia un reddito tale da consentirgli di conservare il livello di vita goduto in costanza di matrimonio (ma sul punto sono intervenute sentenze delle Sezioni Unite contrastanti ad iniziare dalla famosa sentenza numero 11504, relativa al divorzio tra Vittorio Grilli, ex ministro dell’Economia nel governo di Mario Monti, e l’imprenditrice Lisa Lowenstein). Al coniuge a cui è stata addebitata la separazione non spetta l’assegno di mantenimento, può però essere nelle condizioni di ottenere un assegno alimentare (e cioè non volto al mantenimento del medesimo tenore di vita goduto durante il matrimonio, ma dovuto in caso il coniuge versi in stato di bisogno perchè totalmente privo di reddito o di capacità lavorativa). In caso di inadempienza, il Giudice può disporre il sequestro dei beni del coniuge obbligato o ordinare al datore di lavoro di quest’ultimo di versare parte della retribuzione direttamente al coniuge creditore. In caso vi siano comprovati motivi il Giudice può disporre la revoca o la modifica dei provvedimenti che obbligano il coniuge al versamento dell’assegno. 9) Quali sono le condizioni per poter ottenere il divorzio? Lo scioglimento del matrimonio o la cessazione degli effetti civili dello stesso può essere chiesta da uno dei due coniugi (o da entrambi in caso di ricorso congiunto) quando: a) dopo la celebrazione del matrimonio l’altro è stato condannato ad una serie di reati. Oppure b) l’altro coniuge è stato assolto per vizio totale di mente da uno dei delitti di cui sopra, una volta accertata l’inidoneità alla continuazione della convivenza. Oppure c) è stata pronunciata sentenza di separazione, oppure omologato un accordo di separazione e che sia trascorso un periodo di separazione determinato dalla legge ininterrottamente senza che sia avvenuta una riconciliazione. Oppure d) l’altro coniuge, cittadino straniero, abbia ottenuto all’estero l’annullamento o lo scioglim. del matrimonio.

INCIDENTI STRADALI

Danno non patrimoniale (lesioni personali)
DANNO NON PATRIMONIALE
Si tratta del così detto danno biologico, ossia la lesione all’integrità psico-fisica. La valutazione di tale danno avviene mediante accertamento medico, che terrà conto sia dell’invalidità temporanea(vale a dire il periodo trascorso tra il giorno del sinistro e la guarigione, con o senza postumi) sia dell’invalidità permanente (vale a dire tutte quelle conseguenze negative residuanti, che il danneggiato non può eliminare neppure continuando a curarsi). L’ammontare del risarcimento di tale danno è calcolato solitamente utilizzando delle tabelle che individuano una somma di denaro per ogni giorno di invalidità temporanea e per ogni punto percentuale di invalidità permanente. Va specificato che la quantificazione del danno sarà differente a seconda che le lesioni siano c. d. micropermanenti o c. d. macropermanenti. La linea di confine tra tali due voci è costituita dai 9 punti percentuali: se tale soglia è superata si hanno lesioni macropermanenti, in caso contrario le lesioni si considerano di lieve entità.
DANNO DA MORTE DI UN CONGIUNTO
Il danno da morte viene calcolato con un sistema tabellare, dal quale si ricava un punteggio numerico che, moltiplicato per una somma di denaro predeterminata, individua il risarcimento spettante ai superstiti. Il punteggio numerico è determinato in relazione ai seguenti parametri:
1. rapporto di parentela tra la vittima e il superstite;
2. età del superstite;
3. età della vittima;
4. convivenza tra vittima e superstite;
5. composizione nucleo familiare.

LA DIFFAMAZIONE A MEZZO STAMPA

Ci sono situazioni in cui anche chi è soggetto alla così detta esposizione mediatica (per propria scelta di vita professionale o suo malgrado) può ritenere violato il proprio diritto all’onore e alla reputazione da un servizio giornalistico. Si rivolgerà pertanto al proprio legale il quale, qualora col proprio assistito scelga di procedere civilmente nei confronti dei responsabili, dovrà tenere conto della particolare situazione soggettiva del danneggiato.

Va innanzitutto tenuto presente che la Legge 8 febbraio 1948 n. 47 (e successive modifiche), stabilisce che in presenza dei reati commessi a mezzo stampa, ai fini del risarcimento del danno, rispondono, solidalmente con gli autori del reato, anche il proprietario e l’editore della pubblicazione.

Il risarcimento richiesto si riferisce ovviamente al danno non patrimoniale derivato dall’illegittimo esercizio del diritto di cronaca e di critica, dal quale sia derivata la lesione della reputazione (e/o immagine).

Si è fatto cenno al diritto di cronaca e di critica in quanto, il loro legittimo esercizio agisce da scriminante rispetto a comportamenti effettivamente lesivi dell’onore del personaggio noto.

In effetti il diritto sancito dall’art. 21 della Costituzione nel caso preso in esame viene in contrapposizione col diritto costituzionale alla tutela della personalità umana, in tutte le sue componenti ed articolazioni, in particolare sotto il profilo della tutela dell’onore e della reputazione, sancito dall’art. 2 Cost.

L’interesse comune della collettività al controllo sociale effettuato dalla stampa, consente, nella contrapposizione dei diritti costituzionali sopra descritti, in particolari condizioni, a che il diritto di cronaca prevalga, o “indebolisca”, il diritto alla tutela della propria onorabilità. Naturalmente ciò è consentito solo entro limiti ben precisi e solo in presenza di condizioni ormai ben delineate dalla giurisprudenza.

Il compito del legale sarà, pertanto, quello di valutare se vi siano le condizioni perché si possa dire compiuto il bilanciamento tra tali diritti (tutti di rango costituzionale) considerando la presenza o meno di tali condizioni, orientandosi nell’analisi circa l’esistenza di ben determinate caratteristiche: 1. utilità sociale dell’informazione divulgata; 2. verità oggettiva o putativa; 3. forma civile dell’esposizione dei fatti e della loro valutazione. Il punto di riferimento unanimemente riconosciuto, che ha dettato un vero e proprio “decalogo del giornalista”, è la Sentenza del 18 ottobre 1984 n. 5259 della Suprema Corte di Cassazione, la quale ha sancito: “Perché la divulgazione a mezzo stampa di notizie lesive dell’onore possa considerarsi lecita espressione del diritto di cronaca e non comporti responsabilità civile per violazione del diritto all’onore, devono ricorrere tre condizioni 1) utilità sociale dell’informazione; 2) verità oggettiva, o anche soltanto putativa purché frutto di diligente lavoro di ricerca; 3) forma civile dell’esposizione dei fatti e della loro valutazione, che non ecceda lo scopo informativo da conseguire e sia improntata a leale chiarezza, evitando forme di offesa indiretta”.

L’utilità sociale. Tale aspetto è ovviamente presente nei casi di esercizio del controllo sociale effettuato dalla stampa nei confronti del “potere” nelle varie accezioni che questo termine può assumere. Tuttavia il diritto di cronaca connesso ai fatti che in senso lato potrebbero suscitare l’interesse dei lettori, andrebbe analizzato in maniera più compiuta non consentita dalla necessaria brevità di un articolo. Si procederà pertanto all’analisi degli altri due elementi rinviando la trattazione di questo punto ai prossimi aggiornamenti del blog.

La verità dei fatti. Il giornalista ha il preciso dovere di attenersi alla verità dei fatti, che non è rispettata quando, pur essendo vere le singole circostanze riferite, siano, dolosamente o colposamente, taciuti altri fatti strettamente ricollegabili alle prime, tanto da mutarne completamente il significato: “la verità non è più tale se è mezza verità (o comunque, verità incompleta)”. I Supremi Giudici si spingono ad affermare che la “mezza verità” è più pericolosa della dell’esposizione di fatti falsi, questi ultimi infatti consentono una più facile possibilità di difesa di chi è oggetto di determinate accuse, il quale sente riferito a sé un preciso fatto falso, piuttosto che un fatto vero ma incompleto: “la verità incompleta deve essere … in tutto equiparata alla notizia falsa”. — —– —– —– —– —

La civiltà dell’esposizione. La forma dell’esposizione non è civile se eccede rispetto allo scopo informativo da conseguire o difetta di serenità e di obiettività o se viene meno, nel complesso dell’esposizione, il rispetto di quel minimo di dignità cui ogni persona ha sempre diritto. Si rileva l’inciviltà dell’esposizione anche se la stessa non è improntata alla leale chiarezza di ciò che viene riportato. L’uso della chiarezza consentirebbe infatti, nel danneggiato, la possibilità di difendersi mediante adeguate e concise (perciò efficaci) smentite. Il difetto intenzionale di leale chiarezza è più pericoloso di una notizia completamente falsa o di un commento triviale. La Suprema Corte elenca anche una serie di espedienti (subdoli come gli stessi giudici le definiscono), che potrebbero essere utilizzati dai giornalisti per aggirare, tentando di rimanere senza sanzione, l’obbligo di chiarezza:

il sottinteso sapiente: cioè l’uso di determinate espressioni nella consapevolezza che il pubblico dei lettori le intenderà o in maniera diversa o addirittura contraria al loro significato letterale, in senso più sfavorevole gli accostamenti suggestionanti: che si ottengono mettendo in sequenza la descrizione dei fatti riguardanti il danneggiato con la descrizione di fatti attribuiti a terzi ovvero con giudizi negativi anche se apparentemente espressi in forma generale ed astratta, di per sé ineccepibili, ma che i lettori sono inevitabilmente spinti a riferire alla persona che si vuol mettere in cattiva luce a causa del contesto in cui tali descrizioni o giudizi sono inseriti. Il tono sproporzionatamente scandalizzato e sdegnato specie nei titoli, consistente nella artificiosa e sistematica drammatizzazione con cui si riferiscono notizie neutre o di per sé insignificanti. Le insinuazioni anche se più o meno velate, usando formule del tipo: “non si può escludere che …”

I tre parametri appena descritti, necessari affinché gli autori del servizio giornalistico possano essere sollevati da responsabilità di tipo civilistico, sono ripresi anche dalla giurisprudenza posteriore alla già citata Cassazione n. 5259/1984, per tutte basterà citare la Sentenza della Corte di Cassazione del 27 gennaio 2009 n. 1976.

LA TRUFFA PERFETTA?

Sai che potresti acquistare una casa che dai registri immobiliari risulta libera da pesi ed oneri e non godertela per almeno 9 anni?

Basterebbe che ti nascondessero il diritto del coniuge separato assegnatario della casa familiare non trascritto e non rintracciabile consultando i registri immobiliari.
Esiste infatti un diritto di terzi non trascritto ma comunque opponibile: il diritto del coniuge separato con prole sulla ex casa coniugale. La Giurisprudenza infatti stabilisce che, in caso di separazione, al genitore affidatario del minore spetta il diritto di abitare la ex casa coniugale.
Il diritto del coniuge assegnatario può essere opposto a terzi almeno per nove anni anche se la sentenza di separazione non fosse stata trascritta in Conservatoria, ma semplicemente registrata all’ufficio registro e pertanto non reperibile consultando i Registri Immobiliari.
OCCHIO! CHIEDETE SEMPRE AL VENDITORE SE E’ SPOSATO SEPARATO O DIVORZIATO!
I fatti:
Due coniugi (giovani) decidono di comprare casa. Contattato un intermediario, sottoscrivono una proposta di acquisto di una abitazione lasciando una caparra; sembra un buon affare; una casa accogliente, prezzo conveniente . Ai coniugi sembra un sogno.
Il notaio controlla e conferma che tutto è in regola, si firma il rogito e contemporaneamente il mutuo.
La coppia si insedia nella nuova casa. Neanche il tempo di ambientarsi e arriva una lettera minacciosa. È l’avvocato di una donna assente da due mesi, che rientrata dalle vacanze rivendica il possesso della casa che poco tempo prima le fu assegnata dal Tribunale in quanto ex casa coniugale in cui la donna ha diritto di abitarvi con il figlio piccolo in funzione della sentenza di divorzio dall’ex marito, ovvero colui che ha venduto la casa durante l’assenza della ex moglie.
Si tratta di una truffa tesa ad ingannare la moglie da una parte e gli acquirenti dall’altra. I due coniugi decidono di rivolgersi ad un avvocato e iniziano così una lunga battaglia giuridica.
Lo stato della giurisprudenza e della legislazione italiana costringerà i coniugi per i prossimi 9 anni a pagare contemporaneamente il mutuo per una casa che non potranno abitare ed un canone di affitto per una nuova casa da locare ove abitare , in attesa dello scadere del novennio.
Morale dalla favola: i terzi di buona fede che hanno acquistato l’unità immobiliare seppure abbiano svolto le opportune verifiche alla Conservatoria dei Registri Immobiliari dovranno rilasciare l’immobile e riconsegnarlo al coniuge del venditore con figlio.
La Giurisprudenza e la Legge incredibilmente concordano che l’ assegnazione della casa familiare sia attribuita al coniuge affidatario; avendo l’atto per definizione data certa, è opponibile, ancorché detta assegnazione non risulti trascritta da nessuna parte.
Cass. Sezione I, sentenza 10 giugno 2005 n. 12296
L’atto di separazione registrato vale a dimostrare il diritto del coniuge assegnatario con prole.
Ai sensi dell’articolo 6, comma 6 della legge 898/1970, nel testo sostituito dall’articolo 11 della legge 74/1987, applicabile anche in tema di separazione personale, il provvedimento giudiziale di assegnazione della casa familiare al coniuge affidatario, avendo per definizione data certa, è opponibile, ancorché non trascritto, al terzo acquirente in data successiva per nove anni dalla data dell’assegnazione, ovvero, ma solo ove il titolo sia stato in precedenza trascritto, anche oltre i nove anni.
L ‘assegnazione della casa familiare risponde all’esigenza di garantire l’interesse dei figli alla conservazione dell’ambiente domestico, inteso come centro degli affetti, degli interessi e delle abitudini in cui si esprime e si articola la vita familiare, al fine di evitare loro l’ulteriore trauma di un allontanamento dal luogo ove si svolgeva la loro esistenza e di assicurare una certezza e una prospettiva di stabilità in un momento di precario equilibrio familiare. Resta, quindi, imprescindibile il requisito dell’affidamento di figli minori o della convivenza con figli maggiorenni non autosufficienti; pertanto, se è vero che la concessione del beneficio ha anche riflessi economici, nondimeno l’assegnazione della casa familiare non può essere disposta al fine di sopperire alle esigenze economiche del coniuge più debole, a garanzia delle quali è unicamente destinato l’assegno di divorzio.

In sede di separazione coniugale, il diritto di proprietà, eventualmente anche esclusivo, che un coniuge abbia sulla casa coniugale, può essere sacrificato e compresso da un provvedimento di assegnazione solo qualora tale provvedimento sia giustificato dall’affidamento di figli minori e/o non economicamente autosufficienti. L’assegnazione della casa coniugale trova giustificazione nel superiore interesse, di tutela alla conservazione dell’ambiente familiare per i figli minori, che ne costituisce la ratio legis.
Cass. Sezione I, sentenza 14 gennaio 2005 n. 79 (in Guida al Diritto, Edizione n. 34 del 3 settembre 2005, pagina 68)

CASO GRILLI LOWESTEIN

Caso Grilli – Lowestein Cambiamento epocale in materia di divorzio? Una sentenza che segna un punto di svolta nella giurisprudenza italiana? Cassazione, numero 11504, relativa al divorzio tra Vittorio Grilli, ex ministro dell’Economia nel governo di Mario Monti, e l’imprenditrice Lisa Lowenstein. I supremi giudici hanno respinto il ricorso con il quale l’ex moglie del ministro reclamava l’assegno di mantenimento già negato le con verdetto emesso dalla Corte di Appello di Milano nel 2014. Il mantenimento del tenore di vita precedente il divorzio non è più un diritto. La Lowenstein può mantenersi da sola! In realtà la Cassazione stabilisce nuovi parametri in materia di assegno di divorzio: conta il criterio dell’indipendenza o autosufficienza economica, non il tenore di vita goduto nel corso delle nozze per assegnare l’assegno al coniuge che lo richiede. Il matrimonio cessa così di essere “un punto di arrivo economico: una sistemazione definitiva”: sposarsi, scrive la Corte, è un “atto di libertà e autoresponsabilità”.Intervenendo nel caso Grilli-Lowenstein, la Cassazione ha corretto anche la motivazione del verdetto della Corte d’Appello di Milano: a far perdere alla ex moglie dell’ex ministro il diritto all’assegno non è il fatto che si supponga abbia redditi adeguati, ma la circostanza che i tempi ormai sono cambiati e occorre “superare la concezione patrimonialistica del matrimonio inteso come sistemazione definitiva” perché è “ormai generalmente condiviso nel costume sociale il significato del matrimonio come atto di libertà e di autoresponsabilità, nonché come luogo degli affetti e di effettiva comunione di vita, in quanto tale dissolubile. Si deve quindi ritenere – afferma la Cassazione – che non sia configurabile un interesse giuridicamente rilevante o protetto dell’ex coniuge a conservare il tenore di vita matrimoniale” La Cassazione spiega in una nota la sentenza 11504 con cui “la Prima sezione civile ha superato il precedente consolidato orientamento, che collegava la misura dell’assegno al parametro del tenore di vita matrimoniale, indicando come parametro di spettanza dell’assegno, avente natura assistenziale, l’indipendenza o autosufficienza economica dell’ex coniuge che lo richiede”